Bologna, 7 mag. – Nella sede di Coop Alleanza 3.0 si è tenuto il primo workshop del percorso tematico Lavoro e Attrattività, uno dei cinque percorsi di sviluppo mutualistico avviati da Legacoop Bologna nel 2026 con il supporto metodologico di SCS Consulting.
In sala una serie di cooperative associate si sono confrontate su una domanda tanto semplice nella forma quanto complessa nella sostanza: lavorare in cooperativa è ancora attrattivo? E se non lo è abbastanza, cosa si può fare?
Un mercato del lavoro che cambia, cooperative comprese
La giornata si è aperta con la presentazione delle prime evidenze emerse dalla ricerca desk condotta da SCS Consulting e dalla survey compilata dalle cooperative partecipanti. I dati restituiscono un quadro sfaccettato, con luci e ombre.
Sul fronte positivo, le cooperative di Legacoop Bologna mostrano un tasso di contratti a tempo indeterminato dell’87%, superiore alla media della Città Metropolitana (78%), e una presenza femminile che arriva al 75% degli occupati totali, nettamente al di sopra del 46% registrato a livello territoriale. Numeri che parlano di stabilità e inclusione, due valori spesso dichiarati ma non sempre praticati.
Eppure, come ha sottolineato Rita Ghedini nella sua introduzione, la stabilità contrattuale non è di per sé sinonimo di qualità del lavoro. E la forte presenza femminile, per quanto significativa, apre interrogativi altrettanto urgenti: quanto dipende da una scelta identitaria delle cooperative, e quanto da modelli organizzativi imposti da appalti pubblici che strutturano il lavoro — con i suoi turni, i part-time, la concentrazione oraria — a prescindere dalla volontà delle imprese?
Il nodo dei giovani e della carriera
Uno dei temi che ha animato la discussione è quello del ricambio generazionale. I dati di AlmaLaurea mostrano livelli di occupazione elevati tra i laureati, ma le cooperative faticano ad aggiudicarsi i profili più qualificati. Il 60% delle cooperative dice di assumere prevalentemente a seguito di tirocinio, ma solo il 30% dichiara di avere percorsi strutturati di crescita professionale per i lavoratori under 30. Un dato che risuona con una delle critiche più ricorrenti raccolta dalla ricerca Maledetta Primavera di Generazioni Legacoop: secondo il 28% dei giovani intervistati, in cooperativa non si fa carriera.
Sul fronte dei valori, il panorama è invece più incoraggiante — almeno in teoria. Ricerche nazionali e internazionali indicano che la Gen Z desidera lavorare per organizzazioni con un purpose chiaro, orientate alla comunità e coerenti con i propri valori. In questo senso, il modello cooperativo avrebbe molto da offrire. Il problema, come è emerso nel confronto, è che questo potenziale non viene ancora adeguatamente comunicato né sempre praticato con coerenza. “Essere cooperatori è un modo di essere, non solo di lavorare“, è stato ricordato in sala. “Ma dobbiamo tornare a spiegarlo, soprattutto alle nuove generazioni.”
Flessibilità, welfare, competenze: le leve da costruire
Dal confronto sono emersi anche i principali fattori che rendono il lavoro cooperativo poco attrattivo agli occhi di chi cerca impiego: mancanza di benefit e welfare aziendale (50%), prospettive di carriera limitate (40%), livelli retributivi inferiori alla media di settore (40%). Tra le leve positive, invece, spiccano la stabilità contrattuale (citata dal 90% delle cooperative), il clima aziendale (60%) e l’impatto sociale del lavoro (50%).
Su smart working e flessibilità, il quadro è ambivalente: l’89% delle cooperative dichiara di offrire forme di flessibilità oraria o lavoro da remoto, ma solo nel 24% dei casi questi strumenti vengono percepiti dai lavoratori come fattori di reale attrattività. Il che suggerisce che non basta offrire flessibilità: bisogna saperla rendere strutturale, riconoscibile, parte dell’identità del datore di lavoro.
Un capitolo a parte merita la formazione. Il 73% dei Millennials e della Gen Z considera l’aggiornamento continuo essenziale nella scelta del lavoro, ma le cooperative risultano ancora indietro rispetto alle aspettative: solo il 29% investe in competenze digitali e tecnologiche, contro il 73% di interesse espresso dai giovani lavoratori. Un gap che non è solo di risorse, ma di visione strategica.
Fragilità e inclusione: un punto di forza da raccontare meglio
Un ultimo fronte di discussione ha riguardato l’inclusione lavorativa delle persone fragili e svantaggiate. Qui il sistema cooperativo bolognese vanta numeri significativi — oltre 4.400 persone inserite o supportate nel mercato del lavoro attraverso diversi strumenti — ma anche sfide concrete: il 60% delle cooperative indica nei problemi di mobilità e trasporto il principale ostacolo all’inclusione lavorativa. Un tema che rimanda direttamente alle politiche territoriali e alla necessità di agire non solo come singola impresa, ma in modo sistemico, con la pubblica amministrazione e gli altri attori del territorio.
Prossimi passi
Il workshop del 7 maggio ha chiuso la fase di ricerca e avviato quella di ingaggio: nelle prossime settimane si terranno interviste one-to-one con stakeholder territoriali — sindacati, enti pubblici, università, organizzazioni datoriali — e un secondo workshop in cui le cooperative formalizzeranno proposte concrete da indirizzare alla pubblica amministrazione e agli altri attori del mercato del lavoro metropolitano. L’obiettivo finale è un paper di sintesi che traduca il confronto in scelte condivise: sulle politiche del lavoro cooperativo, sull’innovazione del public procurement, sull’attrattività di un modello che ha molto da dire, ma deve capire come farlo al meglio.

















