Bologna, 15 dic. – Crescita economica, sostenibilità ambientale e sociale, governance democratica e maggiore attenzione alla conciliazione vita-lavoro. Sono alcuni dei dati che si leggono nel Report 2025 dell’Agenda Cooperativa per lo Sviluppo Sostenibile – Bologna 2030, che restituiscono l’immagine di un ecosistema cooperativo capace di leggere le transizioni in atto anticipando soluzioni e modelli di sviluppo alternativi.
Un lavoro di misurazione avviato nel 2018 e cresciuto anno dopo anno, che oggi si configura come uno degli esperimenti più avanzati di territorializzazione degli indicatori ESG in ambito cooperativo.
A raccontare i passaggi più significativi del lavoro di quest’anno, durante un evento intitolato Sostenere l’intergenerazionalità, alla Fondazione Ivano Barberini, è Simone Fabbri, responsabile sostenibilità di Legacoop Bologna, che ha sottolineato come il mondo economico finanziario, nonostante uno scenario globale di conflitto tra Europa e Stati Uniti, continui a considerare la monitorizzazione ESG, come elemento centrale di gestione del rischio, e non come decorazione o come una questione di bandiere politiche”.
Come ha sottolineato la presidente Rita Ghedini “Legacoop Bologna ha scelto di muoversi in anticipo, con un approccio pionieristico, creando una cornice di senso che pone le imprese aderenti al centro delle transizioni economiche, sociali e ambientali, andando oltre gli elementi normativi”, confermando la natura intrinsecamente responsabile del modello cooperativo.
I numeri raccontano con chiarezza questa traiettoria. Il campione analizzato, 30 cooperative rappresentative del 61% del fatturato, dell’87,5% degli occupati e del 98% dei soci del sistema Legacoop Bologna, registra nel 2024 un valore della produzione pari a 14,16 miliardi di euro, in crescita rispetto agli anni precedenti. Il patrimonio netto supera i 3,89 miliardi di euro, mentre gli utili a riserva indivisibile, caratteristica peculiare del mondo cooperativo, raggiungono i 68,3 milioni di euro, confermando la solidità economica e la capacità di reinvestimento mutualistico
Sul fronte del lavoro, le cooperative bolognesi mostrano performance superiori alle medie territoriali e nazionali: 45.119 lavoratori, con l’87% di contratti a tempo indeterminato, a fronte dell’85% regionale. Centrale anche il tema della qualità occupazionale, che evidenzia come “la cooperazione sia donna”: il 71% di occupazione femminile, il 32% di rappresentanza delle donne nei CdA e il 97% delle imprese che adottano strumenti di conciliazione vita-lavoro delineano un modello di impresa attento all’inclusione e al benessere delle persone.
I dati raccontano anche una dimensione sociale di forte impatto con 4.481 persone coinvolte in politiche attive del lavoro, 28.864 persone supportate nei servizi di welfare e assistenza, 30.731 bambini e ragazzi raggiunti da interventi educativi, 1.813 persone accolte nei percorsi di accoglienza migranti. Sul versante abitativo, l’edilizia cooperativa garantisce 10.744 alloggi, con un canone medio di 409 euro al mese per 80 mq, circa il 60% in meno rispetto al mercato libero.
In ambito ambientale si segnala come il 72% delle cooperative ha attivato processi di efficientamento idrico, il 76% ha investito negli ultimi cinque anni per migliorare le proprie performance energetiche, per un totale di circa 15 milioni di euro, mentre il 72% dispone o sta installando impianti per la produzione di energia rinnovabile.
Sono il 35% le imprese che hanno centri di ricerca e sviluppo interni. Un numero leggermente inferiore all’anno prima “perché si è sviluppata consapevolezza che questa è un’attività da fare insieme con alleanze strategiche, “come IFAB in ambito gestione dei datio o Unibo.” In crescita costante risultano i processi di digitalizzazione arrivati ormai al 93%.
La ricerca-azione Maledetta Primavera
Dalla ricerca-azione Maledetta Primavera, promossa da Generazioni Legacoop Bologna, emerge un quadro sfaccettato delle aspettative, delle disillusioni e dei desideri che animano le nuove generazioni al lavoro nelle cooperative. Il report, basato su tre focus group (presidenti, HR e under 40), racconta attraverso diverse testimonianze un cambiamento profondo: per molte e molti under 40 il lavoro non è più al centro della vita, ma uno strumento per realizzare sé stessi in modo più ampio. Le parole chiave che tornano sono flessibilità, riconoscimento, benessere mentale, ma anche desiderio di impatto sociale e riconfigurazione delle carriere.
Il report evidenzia le divergenze tra Millennials e Gen Z, con questi ultimi più disincantati e meno disposti a sacrifici senza garanzie. La generazione Y, invece, vive spesso un paradosso: ha seguito le regole del gioco, ma si ritrova in un mercato che non le ha mantenute. Emergono anche nuove aspettative sulla leadership: i giovani chiedono feedback, ascolto, chiarezza, mentre il management fatica ad adattarsi.
Sul piano della governance, la ricerca suggerisce che la partecipazione – vero cuore del modello cooperativo – deve essere ripensata per non essere solo formale: le nuove generazioni vogliono comprendere dove va l’organizzazione, non solo da dove viene. Senza una visione chiara, il rischio è che l’identità cooperativa perda attrattività.

Buon lavoro come sostenibilità intergenerazionale
Dopo la presentazione del Report, la giornalista Alice Facchini ha aperto la tavola rotonda “Buon lavoro come sostenibilità intergenerazionale”, con Francesco Ranghiasci, vicepresidente di Sociolab, Ambrogio Dionigi, coordinatore di Insieme per il Lavoro della Città Metropolitana di Bologna, Nicolò Pranzini di ART-ER e Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna.
Francesco Ranghiasci ha richiamato l’esperienza di Maledetta Primavera, nata dal confronto con i responsabili delle risorse umane delle cooperative: un lavoro che ha prodotto un vero e proprio glossario del lavoro, utile a “risignificare” parole spesso date per scontate. Per Ranghiasci, ricostruire un dialogo intergenerazionale significa prima di tutto capirsi sui termini e sulle aspettative, a partire dall’idea di futuro, inevitabilmente condizionata dall’età. Da qui anche la messa in discussione della categoria indistinta dei “giovani”: parlare di giovani in generale, ha sottolineato, oscura bisogni e traiettorie molto diverse, che vanno invece lette tenendo conto di fattori culturali, di background e di intersezionalità, tra seconde generazioni, nuove migrazioni e storie personali differenti.
I dati portati da Ambrogio Dionigi, coordinatore di Insieme per il Lavoro della Città Metropolitana di Bologna, hanno dato concretezza a questa complessità. Nel 2025 le persone iscritte al programma sono 2.363, quasi la metà under 35, e nel 53% dei casi italiane; tra gli stranieri prevalgono provenienze come Bangladesh, Marocco e Pakistan. Una platea composta in larga parte da giovani che cercano lavoro, ma spesso anche un senso: obiettivi professionali incerti, percorsi formativi frammentati, desideri che cambiano nel tempo. Un quadro che richiede un forte investimento sull’orientamento. Dionigi ha inoltre richiamato due nodi strutturali: l’inverno demografico, che nemmeno i flussi migratori riescono a compensare, e la domanda di fondo sul significato del lavoro oggi. “Lavorare fa quasi sempre bene”, ha osservato, ma solo se il lavoro è scelto, coerente con le aspirazioni, compatibile con la vita familiare e svolto in ambienti liberi da prevaricazioni: una questione che riguarda la sostenibilità sociale e persino la salute pubblica.

Sul versante delle politiche, Nicolò Pranzini di ART-ER ha illustrato le iniziative regionali per l’attrattività e il mantenimento dei talenti, a partire dalla legge dell’Emilia-Romagna che sostiene i Comuni nello sviluppo di nuovi servizi e in un lavoro di awareness raising culturale. Al centro restano però gli “elefanti nella stanza”: salari e casa. Accanto a questo, il ruolo delle università territoriali e della partecipazione multi-stakeholder, con un’attenzione specifica ai giovani. Pranzini ha ricordato come la Regione si sia dotata di una legge sui giovani – assente a livello nazionale – che ha portato alla nascita del Forum YOUZ, da cui sono scaturite misure concrete come il biglietto gratuito e il supporto psicologico. In questa prospettiva si inserisce anche il tema emergente della valutazione di impatto generazionale, un approccio che supera le tradizionali politiche giovanili per interrogarsi su come ogni azione pubblica incida sulle nuove generazioni.
A chiudere il panel, l’intervento della presidente Rita Ghedini ha riportato il tema al cuore dell’identità cooperativa. “I giovani hanno meno voce perché sono di meno e perché occupano posizioni che consentono di condizionare meno l’andamento delle organizzazioni”, ha osservato, ricordando come per le cooperative l’intergenerazionalità non sia un’opzione ma una condizione di sopravvivenza: le cooperative non si vendono. Ghedini ha messo a confronto il contesto di crescita continua vissuto dai baby boomer con l’attuale stagnazione economica, che rende più difficile parlare ai giovani, sia a livello aziendale sia macroeconomico. Ne sono un segnale anche strumenti di welfare spesso inadeguati: oggi, ha sottolineato, una giovane donna che entra nel mondo del lavoro si trova in condizioni peggiori rispetto a trent’anni fa. Trovare nuovi cooperatori è sempre più complesso e gli strumenti esistenti non bastano. Il passaggio decisivo, secondo la presidente, è rafforzare partecipazione e assunzione di responsabilità, applicando l’intergenerazionalità in modo coerente: riequilibrare la rappresentanza, favorire il ricambio e rendere strutturali le esperienze laboratoriali di partecipazione.