Bologna, 25 giu. – Far evolvere la cultura finanziaria del Terzo Settore, far comprendere la necessità di correlare fonti e impieghi. Lavorare sulla capacità degli ets di raccontarsi e di raccontare al sistema bancario i modelli di produzione di valore. Adeguare le competenze e articolare un terreno comune tra Terzo settore e mondo finanziario che faccia nascere una lingua comune. È quanto emerso in occasione de “Le prospettive di crescita del terzo settore tra tra riforma e opportunità finanziarie”, organizzato da B.more ed Euribia e ospitato il 24 giugno in Serra Madre alle Serre dei Giardini Margherita.
Ad aprire la giornata, Rita Ghedini, Presidente di Legacoop Bologna. “Quelle tra terzo settore e mondo della cooperazione sono collaborazioni in essere da decenni, legami che hanno costruito la storia dei servizi, dell’educazione, dei movimenti sociali. Insieme abbiamo scritto buona parte della storia sociale ed economica delle nostre attività. La riforma del terzo settore inizialmente ha portato ad appesantimenti burocratici, ma oggi ci offre l’opportunità di riflettere sulla parte generativa di questo perimetro. La cornice – continua Ghedini – è un modello di sviluppo diverso dell’economia sociale legato alla raccomandazione europea e al lavoro avviato con il Piano per l’economia sociale e nazionale che sì, oggi vediamo un po’ lontano, ma è un’attività importante per scegliere il perimetro dell’economia sociale per l’incardinamento di una crescita diversa, più inclusiva, forte di strumenti che possano dare risposte nuove a bisogni che hanno cambiato natura: la casa, la diversa articolazione dei bisogni energetici, la cultura. Servono idee ma anche strutturazioni tecniche, articolazioni di servizi non omologanti ma specifiche per questi ambiti di settore”.
Sono seguiti gli interventi di Daniele Ravaglia, Vicepresidente Confcooperative Terre d’Emilia e Mauro Bosi, Presidente di Volabo che, come il Forum del Terzo Settore, ha patrocinato l’evento. “Cosa sarebbe la nostra società se mancassero queste strutture – ha esordito Ravaglia –? Mancherebbero buona parte dei servizi alla persona, non ci sarebbero società sportive né tante attività culturali. Di fatto tutte le nostre vite cambierebbero. Il terzo settore ne è consapevole? Intende realmente affrontare l’innovazione in modo organico? Ecco perché occasioni di collaborazione tra Confcooperative e Legacoop come questa sono ancora più importanti, perché i bisogni sono uguali per tutti”.
In Emilia-Romagna, a febbraio 2025, sono 11.017 gli enti iscritti al Runts di cui 2562 (oltre il 23%) solo sul territorio metropolitano di Bologna. “Di questi – sottolinea Bosi – 1590 sono associazioni di promozione sociale; 543 associazioni di volontariato; 251 imprese sociali. Lo scorso anno il CSVnet ER – la confederazione regionale dei Centri di servizio per il volontariato – ha incaricato l’Università di Modena e Reggio per uno studio sui fabbisogni. Dei 1330 enti del terzo settore che hanno risposto, il 45% ha un budget inferiore ai 10.000 euro, mentre il 30% è tra i 10mila e i 50mila euro, quindi il 75% ha un budget inferiore ai 50mila euro. L’11% ritiene che il budget sia insufficiente e il 21% dice di avercela fatta perché aveva disavanzo. Quindi un terzo degli Ets considera il proprio budget inadeguato. In questo scenario rilevo come fatto positivo che Bologna abbia adottato il Patto per l’amministrazione condivisa e il Piano per l’economia sociale, in un’ottica di maggiore sostenibilità, inclusione ed equità”.
I lavori sono stati aperti da Vanni Ceccardi di B-more servizi per l’impresa e da Massimo Masotti di Euribia, che hanno posto l’accento sulla necessità di irrobustire gli ets alla luce della riforma del 2017, sebbene non ancora completata: “La nuova normativa richiede nuove competenze e realtà come B-more ed Euribia possono essere una valida guida. Il Terzo settore è un’infrastruttura civile e sociale per la tenuta dei territori, per le comunità, per i modelli di welfare che caratterizzano la nostra regione. Gli attori finanziari possono offrire risposte concrete: ecco perché è così importante colmare la distanza tra mondo della finanza e mondo del terzo settore uniformano linguaggi, visioni e prospettive”.
A Mauro Frangi di ICN Italia Consulting Network spa il compito di valutare opportunità e avvertenze del ruolo che la finanza potrebbe giocare per il terzo settore. Frangi ha messo subito l’accento sull’eterogeneità delle realtà del terzo settore e sulla diversificazione degli strumenti di cui la finanza dispone, tra investimenti in capitali di rischio, strumenti di debito, credito bancario. Come incontrarsi, allora? “Gli enti del terzo settore tendono a essere ‘bancocentrici’, dimostrando un forte orientamento verso l’utilizzo di finanziamenti a breve termine. Molto più raro è l’accesso a strumenti finanziari capaci di supportare gli investimenti a lungo termine. La metà degli ets segnala i problemi finanziari come ostacolo principale allo sviluppo, e oltre il 63% cerca forme di autofinanziamento”. Secondo Frangi, gli ets dovrebbero aprirsi all’idea di una evoluzione della cultura finanziaria, mettendo a punto informazioni standardizzate e ricorrenti sulle dimensioni economiche-finanziarie e sul loro impatto sociale e ambientale (come il bilancio sociale). Gli istituti di credito – soprattutto quelli generalisti – dal canto loro dovrebbero sempre più sviluppare ‘divisioni dedicate’, “sforzandosi di comprendere i modelli di produzione dei valori tipici degli ets. Perché attenzione: per gli istituti finanziari gli ets sono un ottimo cliente: basso tasso di deterioramento del credito e generazione di reputazione. Non solo: l’Unione Europea ha indicato nella necessità di finanziare la crescita sostenibile una priorità, ribadendo l’indicazione al settore finanziario affinché accresca gli investimenti dell’economia reale”.
Il confronto è proseguito in una tavola rotonda che ha affrontato il tema del sostegno finanziario ai progetti del terzo settore. Prima a prendere la parola, Sara D’Aulerio di Sefea Impact, istituto finanziario impegnato nella diffusione di una una finanza d’impatto capace di generare cambiamenti positivi nelle condizioni di benessere delle comunità. “Agli strumenti più diffusi abbiamo affiancato fondi di investimento chiusi e riservati che vanno a sostenere imprese sociali e cooperazione. Nel 2017 abbiamo lanciato un primo fondo di investimento sottoscritto da 22 realtà diverse per un totale di 41 milioni raccolti. Nel 2024 abbiamo lanciato un secondo fondo di investimento, siamo a 25 milioni raccolti. Numeri forse non grandissimi, ma indicativi: basti pensare che si tratta di investitori che, fino a quel momento, nemmeno sapevamo cosa fosse l’impresa sociale”.
Riccardo Dugini di Banca Etica ha sottolineato “l’attacco veemente ai diritti collettivi a cui stiamo assistendo: casa, sanità, convivenza pacifica. Lo spostamento sui diritti privati è evidente. Ecco perché tra 2021 e 2024 il nostro sostegno all’economia reale e al terzo settore è cresciuto del 17%. Ma sappiamo che da soli non si vince: uno dei nostri obiettivi è partecipare alla costruzione di un ecosistema che vada oltre la capacità creditizia”. Barbara Arbizzani di Cooperfidi, confidi di riferimento dell’economia cooperativa, del non profit e del settore primario, ha aggiunto: “Lo scorso anno abbiamo rilasciato 57 milioni di garanzie, oltre la metà dedicati all’economia sociale. Realtà talvolta non patrimonializzate, senza bilanci su cui fare analisi precisi. L’abbiamo fatto forti anche del FEI social entrepreneurship, il Fondo Europeo di Investimento che fornisce aiuti finanziari dedicati a imprese sociali ed ets con l’obiettivo di favorire gli investimenti e aiutare l’accesso al credito”.
Daniele Pedrazzi di BPER Banca, Fabio Raimondi di Banca di Bologna e Lorenzo Sartori di Bancaetica concordano: urge rintracciare una lingua comune. “Il terzo settore è un business interessante: confermiamo la volontà di comprendere al meglio le modalità di produzione del valore degli ets e riteniamo fondamentale la loro capacità di rappresentarsi, a partire dall’iscrizione al Runts e dalla condivisione del Bilancio sociale”, spiega Pedrazzi. “Sistemi di reporting definiti sono indispensabili – aggiunge Raimondi –. Vogliamo costruire un ponte, ma serve un punto di contatto”. In chiusura, Sartori: “La strumentazione a disposizione è ampia, e mi piace pensare che l’innovazione insita nel terzo settore possa anche essere ibridata da start up e big data. Riscontriamo però – e i numeri che abbiamo sentito questa mattina lo confermano – una polverizzazione degli ets: invece servono partnership, contaminazione e disseminazione, anche tra pubblico e privato”.











