Bologna, 17 apr. – Franco Fontana era un partigiano, staffetta della Brigata Stella Rossa e testimone dell’eccidio di Monte Sole: “Parlava del dolore per non essere riusciti a fermare la barbarie, a difendere coloro che venivano sterminati. Ma diceva anche che il suo più grande orgoglio dopo la Liberazione era quello di essere stato tra i fondatori della cooperativa di Vado. Era felice di aver potuto partecipare alla ricostruzione di quel mondo nuovo e libero che aveva contribuito a far nascere”. È con il ricordo del partigiano cooperatore Franco Fontana che Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, apre “Cooperare è antifascista”, il primo degli eventi organizzati per l’80° anniversario di Legacoop Bologna.
Da quel che resta del borgo e della chiesa di San Martino, Cuppi accoglie i cooperatori e le cooperatrici arrivati in pullman da Bologna: “Il 2024 è stato l’anno dell’80esimo anniversario dell’eccidio, il 2025 festeggiamo gli 80 anni della Liberazione dal nazifascismo. Venire qui oggi è più importante che mai. Camminare nel silenzio di Monte Sole è fondamentale, è uno di quei luoghi che continuano a vivere grazie a chi viene a viverli. Passare da qui può fare la differenza per le nuove generazioni, per le persone adulte che hanno convinzioni sedimentate. Ragionare su ciò che successe è importante per comprendere ciò che sta succedendo oggi in altre parti del mondo”.
Dopo Cuppi, è Elena Monicelli, coordinatrice della Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole a ripercorrere i giorni che precedettero e seguirono l’eccidio, il più grave crimine di guerra compiuto contro la popolazione civile sul fronte occidentale durante il secondo conflitto mondiale. Dalla Brigata Stella Rossa di Mario Musolesi alle strategie delle truppe naziste, tra il fiume Reno e il torrente Setta, Monicelli attraversa la storia che ha segnato per sempre l’Appennino emiliano tra la fine del settembre e l’inizio dell’ottobre 1944. Un rastrellamento che, in 7 giorni, ha fatto 770 vittime di cui 216 bambini, 142 ultrasessantenni, 316 donne; un eccidio compiuto in 115 luoghi: paesini, case sparse, chiese.
“Fu un’operazione talmente efficace da essere inserita nel manuale per l’adeguata contro-guerriglia. Una strategia riproposta dall’esercito americano nel 2003 a Falluja in un’azione antiterrorismo e nel 1981 in Libano dall’esercito italiano in occasione della prima missione di pace del nostro Paese”. Monicelli invita a una riflessione sulle parole e sul loro significato: “Partigiani, ribelli, banditi. Terroristi. Missione di pace”. In chiusura, mentre un vento freddo sferza i resti della canonica, richiama l’art. 11 della Costituzione, curato anche da Giuseppe Dossetti, sepolto nel cimitero di Casaglia: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Al termine dell’intervento di Monicelli, Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, mano nella mano con Laura Baiesi, portavoce di Generazioni Bologna, depone un mazzo di garofani rossi davanti all’altare della chiesa di San Martino.
Rientrati alla Scuola di Pace, è Ghedini a dare il via al secondo momento della giornata, il laboratorio teatrale La Zona Grigia curato da archiviozeta e Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole: “Una delle ragioni che ci ha portato qui per l’avvio del nostro percorso è il principio cooperativo dell’educazione che decliniamo come educazione al lavoro della memoria – spiega Ghedini –. L’altro principio che oggi voglio richiamare è l’intergenerazionalità. Vogliamo onorare la memoria di bambini, bambine, donne e uomini trucidati per vendetta e contabilità di guerra. Vogliamo onorare il loro sacrificio e la spinta di chi rimase a unirsi in un auto mutuo aiuto. La loro lotta di resistenza è e sarà sempre il presupposto di tutte le libertà. Realizzarono, dopo avere vissuto il peso asfissiante della dittatura, pace e democrazia. Oggi nessuno di quei frutti può più dirsi certo. Ecco perché il nostro impegno deve essere ancora più consapevole. Il tempo vede spegnersi, uno a uno, i testimoni di Monte Sole, costruttori e costruttrici delle nostre libertà. Ascoltiamo, dunque, con crescente attenzione anche tutti coloro che testimoniano, oggi, le atrocità delle dittature nel mondo”.
Dopo Ghedini è Luca Lorenzini, presidente della cooperativa Risanamento, partner dell’iniziativa, a portare il suo saluto, richiamando subito la memoria di Francesco Zanardi, a lungo presidente della Risanamento nella prima metà del Novecento. “A Monte Sole morirono 14 membri della mia famiglia – ricorda commosso Lorenzini –, tutti bambini e bambine. W la Resistenza, W la cooperazione, W il 25 aprile”.
Elena Monicelli, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, portano dunque in scena La Zona Grigia, un esperimento di teatro e di educazione alla memoria attiva. Partendo dall’ultimo libro che Primo Levi ci ha lasciato, I sommersi e i salvati, e in particolare dal capitolo La Zona Grigia, snodo di tutto il pensiero di Levi, inizia in forma teatrale il racconto della vicenda umana, politica e morale di Chaim Mordecai Rumkowski, presidente del ghetto di Łódź, autocrate e complice del nazismo, personaggio che Levi assume come simbolo per farci riflettere sulla zona grigia. Lo spazio della narrazione è il cerchio all’interno del quale attraverso oggetti, foto, carte, brani di discorsi pubblici, si dispiega il mondo e l’umanità del ghetto di Łódź negli anni della seconda guerra mondiale. “La vicenda di Rumkowski – spiegano i curatori – pone una serie di problemi legati alla vuota retorica del ‘male assoluto’ oppure dell’‘inferno’, del ‘mai più’, tutti stereotipi e semplificazioni di un dibattito che tende a estremizzare i termini per meglio tranquillizzare e quindi deresponsabilizzare”.
Prima del pranzo al Poggiolo Rifugio Re_Esistente aperto dai saluti di Angelo Cagnazzi, fondatore della cooperativa che lo gestisce (la società cooperativa Re_Esistente), è Tito Menzani dell’Università di Bologna a chiudere i lavori della mattinata, e lo fa con 4 storie del progetto “Biografie per il presente: cooperatori e cooperatrici antifascisti”. “Perché cooperare è antifascista – chiede –? Perché la cooperazione, ai tempi del nazifascismo, era legata al mondo del socialismo. E perché le cooperative agricole, i commercianti erano i diretti concorrenti di agricoltori e negozianti che si sentivano rappresentati da Mussolini. Mussolini, romagnolo e con un passato da socialista, conosceva bene il loro valore. Ecco perché utilizzò ogni metodo per perseguitare i dirigenti delle cooperative e far sì che le attività e i patrimoni venissero privatizzati a favore delle persone vicine al regime”.
La prima biografia è quella di Lina Bianconcini, nata a Bologna nel 1861 dal conte Filippo Bianconcini-Persiani e da Carolina Zucchini. Nel 1885 si sposò con il conte Francesco Cavazza e il loro salotto divenne un punto di riferimento della vita culturale bolognese. Il nome della contessa Cavazza è associato all’arte del ricamo e del merletto e all’Aemilia Ars, “società protettrice di arti e industrie decorative nella Regione emiliana”, volta alla formazione artistica, artigianale e imprenditoriale delle donne: “Introduce nello scopo della nostra città un’attività sussidiaria ma anche in grado di adattarsi ai gusti e agli strumenti ‘moderni’, un lavoro dignitoso da fare anche in casa, anche in compagnia. Il suo progetto superò la prima guerra mondiale ed entrò nelle scuole. Con l’avvento del nazifascismo, però, il ruolo della donna arretrò e il suo progetto venne messo ai margini. La cooperativa si ritrovò obbligata a chiudere e, dopo un anno, la sua sede venne bombardata”.
La seconda biografia è quella di Augusto Pulega da S. Giovanni in Persiceto. Bracciante e cementista, socialista, trasferitosi a Bologna divenne uno dei dirigenti della cooperativa di consumo del Malcantone (oggi Belcantone) in zona Barca. “Per essersi rifiutato di rassegnare le dimissioni da presidente della cooperativa, fu più volte bastonato dai fascisti nel 1924. La sera dell’11 gennaio 1925 alcuni squadristi, guidati da Giulio Mignani, detto Maciste, della MVSN, entrarono nella sede della cooperativa e chiesero ad alta voce: «Chi è Pulega?». Lui si alzò e disse: «Eccomi qua, sono Pulega». Dopo averlo perentoriamente invitato a uscire dal locale, Mignani gli si avvicinò e lo colpì al capo con un bastone. Colpito a sua volta al viso da un bicchiere, Mignani estrasse la pistola e gli sparò al volto. Al processo, Mignani si difese dicendo di essere entrato nella cooperativa perché era un «covo di bolscevichi». La pubblica accusa chiese la sua condanna per omicidio volontario, mentre la difesa sostenne la sua innocenza dicendo che era entrato nella cooperativa come un «domatore nella gabbia dei leoni». Fu assolto per legittima difesa”.
Gustavo Trombetti è la terza biografia. Nato nel 1905, socialista passato al comunismo, cameriere, in carcere come per sovversione a più riprese, nella casa penale di Turi (Bari) dove fu rinchiuso intrattenne, per nove mesi, rapporti con Antonio Gramsci che incontrava due volte al giorno al ‘passeggio’. “Quando Gramsci si ammalò gravemente e su consiglio medico dovette essere assistito continuamente, dimorò nella sua cella per altri nove mesi, sino a che il capo del PCI fu trasferito a Formia. Fu anche merito suo se i quaderni compilati da Gramsci durante la reclusione riuscirono a uscire dal carcere”. Nel 1945 fondò Camst, una delle prime cooperative di ristorazione: nella Cooperativa Albergo Mensa Spettacolo Turismo, Trombetti ricoprì diversi incarichi, da presidente a direttore generale a presidente del Collegio sindacale, ruolo che lasciò nel 1987 per motivi di salute.
Quarta biografia, Poljana Grazia, figlia di Verenin e Vanda Casadio. Nata a Greco Milanese, si trasferì a Bologna e frequentò le scuole Regina Margherita (oggi Sirani) ma venne espulsa per avere espresso idee contrarie alla guerra. “Dal negozio di panettiere dove lavorava, collaborò con esponenti antifascisti. Dopo l’8 settembre 1943 si occupò nell’assistenza ai soldati fuggiaschi e l’estate successiva svolse funzioni di staffetta. Seguì dall’inizio la nascita della Cari, la cooperativa assistenza ricreazione infanzia, una delle prime cooperative sociali in Italia, prettamente impegnata nella gestione delle colonie estive”.
Testimone di tutta la mattinata, l’artista Irip del collettivo Fairbrand che, fogli e colori alla mano, racconterà con le immagini tutto il percorso per la celebrazione dei primi 80 anni di Legacoop Bologna.