Bologna, 18 settembre 2026 – Il Granarolo Auditorium di via Cadriano ha ospitato l’assemblea dei soci e delle socie di Cooperare con Libera Terra, l’agenzia per lo sviluppo cooperativo e la legalità. A seguire, la giornata è stata aperta al pubblico. Il titolo scelto ‘Cooperazione e beni confiscati – Guardando al futuro’ non è solo un bilancio, ma una dichiarazione di intenti: il percorso fatto fin qui è solido, ma le sfide che attendono sono nuove e richiedono uno scatto in avanti.
I saluti istituzionali: la mafia non si dimentica
Ad aprire i lavori pubblici sono i saluti istituzionali del sindaco di Bologna Matteo Lepore, del presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale e di Stanislao Fabbrino, presidente di Granarolo. Tre voci diverse che concordano sulla necessità di non abbassare la guardia.
“Non si parla più di mafie nel nostro territorio”, ha dichiarato Lepore nel primo intervento, “Si parla di tanti altri temi che riguardano legalità e sicurezza, ma di mafie non si parla più”. Un silenzio, che il sindaco di Bologna definisce preoccupante, soprattutto alla luce di vicende come la morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, che in questi giorni ha ricordato quanto la criminalità organizzata sia tutt’ora in attività e quanto sappia insinuarsi nelle vite delle persone.
De Pascale articola la sua riflessione in tre dimensioni. La prima è quella della risposta concreta ai bisogni sociali: ogni bene confiscato restituito alla comunità ha cambiato delle vite. La seconda è la consapevolezza del fenomeno: “Noi in questa regione abbiamo bandito l’espressione infiltrazione” dice De Pascale “perché ne mette in rilievo l’elemento esterno, che non rispecchia la realtà. La mafia è ben radicata in Emilia-Romagna e si è diffusa soprattutto approfittando dei momenti di maggior diseguaglianza sociale e di crisi”. La terza dimensione è quella dell’atteggiamento. De Pascale ritorna sul sentimento di paura di cui le mafie si nutrono, affermando come la Regione Emilia-Romagna non tema la criminalità organizzata e rivendichi a testa alta ogni colpo sferrato, ogni atto processuale, ogni bene confiscato che abbia contribuito ad indebolirla.
Infine Fabbrino, che chiude la parte degli interventi istituzionali, ricordando come Granarolo sia al fianco di Cooperare con Libera Terra da oltre vent’anni: “I valori di un’impresa hanno continuità, non scadono. La nostra ambizione è trasmettere sempre di più al consumatore cosa c’è dietro ai prodotti, non solo dentro”.
La relazione di Rita Ghedini: vent’anni e uno scatto in avanti
È Rita Ghedini, presidente di Cooperare con Libera Terra oltre che di Legacoop Bologna, a ripercorrere la storia dell’agenzia. Tutto nasce dieci anni prima della fondazione: è la legge 109 del 1996 a creare lo strumento giuridico per tradurre in lavoro e riscatto i beni confiscati alle mafie.
I cooperatori che guidavano le realtà di allora sentirono che collaborare per dare un futuro alternativo a quei luoghi fosse una strada giusta. Nel maggio 2006 nasce Cooperare con Libera Terra. Vent’anni dopo, i numeri del fenomeno raccontano la portata della scelta: secondo l’ultimo rapporto di Libera, sono più di 23.000 i beni confiscati in Italia, oltre 1.800 i soggetti della società civile impegnati nel loro riuso, 300 le cooperative e 12 i consorzi coinvolti.
“I grandi temi del momento appaiono più attuali di quello delle mafie” ha dichiarato Rita Ghedini, “ma giustizia sociale e legalità sono la condizione presupposta di ogni trasformazione”. La chiusura è affidata a un appello: investire su ragazze e ragazzi giovani che sostengano il progetto con pragmatismo, impegno ed entusiasmo.
Prima tavola rotonda: la legge 109, una conquista da rilanciare
Il primo panel mette attorno al tavolo chi lavora quotidianamente con i beni confiscati: Carmelo Pollichino, presidente di Libera Terra Mediterraneo; Maria Rosaria Laganà, direttrice dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati (ANBSC); Rosario Di Legami, amministratore giudiziario; Alessio Festi, responsabile legalità della CGIL.
Dal confronto emergono luci e ombre. Laganà segnala un aumento significativo dell’utilizzo dei beni grazie alla collaborazione con Libera, e auspica che il numero cresca ancora. Di Legami invita a non cedere alla narrativa pessimistica: è falsa la diffusa notizia che la stragrande maggioranza delle imprese nate su beni confiscati fallisca. Ma mette in risalto anche le criticità concrete: chi subentra nella gestione di un’impresa sequestrata deve competere sul mercato con chi non rispetta le regole, sostenendo costi, come la regolarizzazione dei dipendenti, che altri ignorano.
Festi porta l’esempio dell’incendio della Masseria Ferraioli, avvenuto il 5 settembre scorso: “Il riuso sociale fa paura alle mafie. Dobbiamo stringerci, essere vicini alle realtà che troppo spesso si trovano sole”. E prosegue sollevando un problema strutturale: le ultime tre leggi di Bilancio non hanno stanziato fondi per i beni confiscati. La campagna di Libera Diamo Linfa al Bene nasce proprio da questa emergenza di risorse. Pollichino chiude con una riflessione di metodo, ossia quanto sia importante che le comunità si sentano coese e ingaggiate su una sfida e su un obiettivo di miglioramento delle loro condizioni di vita.
Seconda tavola rotonda: il futuro del riuso sociale
Il secondo panel è tutto dedicato a uno sguardo sul futuro, con Simone Gamberini, presidente nazionale di Legacoop; Roberto Montà, presidente di Avviso Pubblico; Francesca Rispoli, co-presidente di Libera.
Gamberini ripercorre il cammino di Legacoop su questo fronte, venticinque anni di impegno, e annuncia una volontà di svolta: “Abbiamo riflettuto sui nostri errori e su come costruire in modo diverso il supporto alle nostre cooperative”. L’obiettivo di Legacoop Nazionale è introdurre strumenti concreti, anche finanziari, per accompagnare lo sviluppo dei beni confiscati e mettere in rete le cooperative. Gamberini aggiunge poi che sia utile rigenerare l’approccio al tema, ricordando anche come in sede CNEL sia stato necessario battersi per tenere al centro il riuso sociale contro chi spingeva per privilegiare la vendita dei beni confiscati.
Rispoli porta la prospettiva di Libera: oltre 1.200 le realtà mappate nella comunità dei soggetti gestori, un’Italia che, a detta sua, ha saputo generare moltissimo. Ma lo sguardo sul futuro è preoccupato: negli ultimi anni ci sono stati moltissimi attacchi al sistema del riuso sociale dei beni confiscati e oggi lo Stato italiano è chiamato a rispondere davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Montà sottolinea il ruolo degli enti locali e la necessità di togliere loro alibi. Servono alleanze di pratiche, finanziamenti, e una normativa più snella. Emerge l’urgenza di far capire agli amministratori che la complessità di una procedura è gestibile, nel momento in cui si riesca a far prevalere l’interesse generale e il valore pubblico che generano i beni confiscati.
Don Luigi Ciotti: serve uno scatto
A chiudere la mattinata è Don Luigi Ciotti, fondatore e co-presidente di Libera, la cui presenza è un richiamo alla radice morale di tutto il percorso. Il suo intervento è un appello alla lucidità e al coraggio.
“La mafia non scompare mai. Si trasforma, cambia forma”. Oggi tocchiamo con mano un radicamento della criminalità organizzata nell’economia legale e nelle istituzioni civili: “Oggi c’è un’aria grigia che si connette all’economia, alla politica, alle istituzioni. Le mafie si muovono stringendo accordi con imprenditori, professionisti e consulenti, come dimostrano processi in corso come quello Idra a Milano. Scovare i beni confiscati a quel livello sarà molto più difficile, ma il lavoro non può venire meno”.
Ciotti parla anche di stanchezza democratica e riporta alla necessità di essere sempre più presenti laddove la si avverta. Invita poi a prestare attenzione alla situazione geopolitica, dalle forme di populismo e sovranismo che crescono in Europa, al preoccupante aspetto demografico: l’Italia è ultimo paese europeo per la quota di under 35. Il messaggio finale è di rigenerazione e di fiducia in un “noi” collettivo, che deve prevalere sull’individualismo.
Don Ciotti conclude ricordando Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo: “In questo paese l’informazione abbonda ma la verità scarseggia. Un dolore non essere riusciti a tenerla qui con noi”.














